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Errore in Pronto Soccorso: quando è possibile ottenere il risarcimento

2026-07-17 16:30

Mattia Lippolis

Responsabilità medica,

Errore in Pronto Soccorso: quando è possibile ottenere il risarcimento

Il Pronto Soccorso è il luogo nel quale vengono gestite situazioni cliniche spesso complesse, in condizioni di urgenza e con la necessità di assumere

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Il Pronto Soccorso è il luogo nel quale vengono gestite situazioni cliniche spesso complesse, in condizioni di urgenza e con la necessità di assumere decisioni in tempi rapidi. Proprio queste caratteristiche rendono particolarmente delicata l’attività dei sanitari, chiamati a individuare i pazienti più gravi, formulare una prima diagnosi e stabilire se procedere con il ricovero, proseguire gli accertamenti o disporre le dimissioni.

Può accadere, tuttavia, che una patologia non venga riconosciuta, che alcuni sintomi siano sottovalutati o che il paziente venga rimandato a casa senza gli approfondimenti necessari. Quando da questa condotta deriva un aggravamento delle condizioni di salute, è possibile valutare una richiesta di risarcimento per responsabilità sanitaria.

Non ogni diagnosi errata o dimissione seguita da un peggioramento costituisce automaticamente un caso di malasanità. Per ottenere il risarcimento è necessario dimostrare che la gestione del paziente non sia stata conforme alle regole della pratica medica e che una condotta corretta avrebbe evitato il danno o ne avrebbe ridotto le conseguenze.

Quali sono i compiti del Pronto Soccorso

Il percorso del paziente comincia normalmente con il triage, durante il quale viene effettuata una prima valutazione delle condizioni cliniche e viene assegnato un codice di priorità.

Il codice non rappresenta una diagnosi, ma serve a stabilire l’ordine di accesso alla visita medica in base alla gravità dei sintomi, alla stabilità delle condizioni e al rischio di una possibile evoluzione negativa.

La presa in carico, però, non si esaurisce nell’assegnazione iniziale del codice. Durante l’attesa il paziente deve essere rivalutato quando le sue condizioni cambiano, quando segnala nuovi sintomi o quando viene superato il tempo massimo previsto per il livello di priorità attribuito. Le linee di indirizzo nazionali sul triage prevedono espressamente la rivalutazione del paziente e considerano la relativa documentazione parte integrante della cartella clinica di Pronto Soccorso.

Dopo la visita, i sanitari devono stabilire il percorso più appropriato. A seconda delle condizioni riscontrate, il paziente può essere sottoposto ad accertamenti diagnostici, consulenze specialistiche o terapie, essere trattenuto in Osservazione Breve Intensiva, ricoverato, trasferito in un’altra struttura oppure dimesso con le necessarie indicazioni per i controlli successivi.

L’errore può verificarsi in ciascuna di queste fasi.

 

L’errata attribuzione del codice di triage

Una responsabilità della struttura sanitaria può essere ipotizzata quando al paziente viene attribuito un livello di priorità non adeguato rispetto ai sintomi riferiti e ai parametri rilevati.

Il semplice fatto di avere atteso a lungo prima della visita non è, da solo, sufficiente per ottenere un risarcimento. Occorre verificare se, al momento dell’accesso, fossero presenti elementi che avrebbero richiesto una presa in carico più rapida e se il ritardo abbia concretamente inciso sull’evoluzione della patologia.

Un ulteriore profilo di responsabilità può derivare dalla mancata rivalutazione. Le condizioni del paziente possono infatti peggiorare durante l’attesa. In presenza di nuovi sintomi, alterazioni dei parametri vitali o aumento del dolore, il codice inizialmente assegnato potrebbe dover essere modificato.

La valutazione non può quindi limitarsi al dato formale riportato sul verbale di triage. È necessario esaminare l’intero percorso assistenziale, gli orari delle rilevazioni, le annotazioni infermieristiche, i sintomi comunicati e l’eventuale evoluzione delle condizioni cliniche.

 

Mancata diagnosi ed esami non eseguiti

Tra le contestazioni più frequenti vi è la mancata diagnosi di una patologia già presente al momento dell’accesso in ospedale.

In alcuni casi i sanitari formulano una diagnosi diversa da quella reale. In altri, pur non individuando con certezza la causa dei sintomi, escludono prematuramente le ipotesi più gravi e dimettono il paziente senza effettuare gli approfondimenti necessari.

L’errore può consistere nell’omessa prescrizione di un esame diagnostico, nella mancata richiesta di una consulenza specialistica oppure nell’interpretazione non corretta degli accertamenti già eseguiti. Può inoltre assumere rilievo il mancato confronto tra i risultati degli esami e la situazione clinica complessiva del paziente.

Non è comunque possibile giudicare la condotta dei medici soltanto sulla base della diagnosi formulata successivamente. La valutazione deve essere effettuata considerando le informazioni disponibili nel momento in cui il paziente venne visitato.

La domanda corretta non è, quindi, se dopo il peggioramento fosse semplice riconoscere la patologia, ma se i sintomi e gli esami presenti durante il primo accesso avrebbero dovuto indurre un sanitario diligente a formulare quella diagnosi o, almeno, a disporre ulteriori accertamenti.

 

Dimissioni affrettate dal Pronto Soccorso

La dimissione rappresenta uno dei momenti più delicati dell’intero percorso.

Il paziente può essere rimandato a casa quando non vi sono ragioni cliniche per il ricovero e quando le sue condizioni consentono una gestione sicura al di fuori dell’ospedale. Ciò non significa necessariamente che debba essere stata raggiunta una diagnosi definitiva, ma il medico deve avere ragionevolmente escluso le situazioni più pericolose e deve fornire indicazioni adeguate sui controlli da effettuare.

Una dimissione può risultare inappropriata quando persistono sintomi incompatibili con il rientro al domicilio, quando gli esami presentano anomalie non approfondite o quando sarebbe stato necessario proseguire il monitoraggio attraverso l’Osservazione Breve Intensiva.

Anche le informazioni consegnate al paziente assumono rilievo. Il verbale dovrebbe indicare la diagnosi formulata, la terapia prescritta, gli eventuali controlli da eseguire e i sintomi in presenza dei quali tornare immediatamente in ospedale.

La responsabilità non deriva, tuttavia, dal solo fatto che il paziente sia stato costretto a tornare in Pronto Soccorso. Bisogna dimostrare che già durante il primo accesso vi fossero elementi sufficienti per adottare una condotta diversa.

 

Il peggioramento deve dipendere dall’errore

Per ottenere il risarcimento non è sufficiente individuare un comportamento sanitario discutibile. È necessario dimostrare anche il rapporto causale tra la condotta e il danno.

Una diagnosi tardiva può aver determinato il peggioramento della patologia, la necessità di un intervento più invasivo, un periodo di ricovero più lungo o la comparsa di conseguenze permanenti. Nei casi più gravi, il ritardo può avere ridotto le possibilità di sopravvivenza del paziente.

La valutazione deve stabilire che cosa sarebbe presumibilmente accaduto se la patologia fosse stata riconosciuta durante il primo accesso. Se il danno si sarebbe verificato comunque, nonostante una gestione corretta, la richiesta risarcitoria potrebbe risultare infondata.

Per questa ragione, prima di iniziare un’azione, è normalmente indispensabile sottoporre la documentazione a un medico legale e, quando necessario, a uno specialista nella disciplina interessata. La sola successione temporale tra dimissione e peggioramento non dimostra automaticamente la responsabilità dell’ospedale.

Quali danni possono essere risarciti

Quando viene accertato che l’errore commesso in Pronto Soccorso ha causato un peggioramento evitabile, il paziente può richiedere il risarcimento delle conseguenze patrimoniali e non patrimoniali subite.

La quantificazione dipende dalla gravità delle lesioni, dalla durata della malattia, dall’eventuale presenza di postumi permanenti, dalle ripercussioni sulla vita quotidiana e dalle spese sostenute per cure, assistenza e riabilitazione.

In caso di decesso, la richiesta può essere avanzata dai familiari sia per i danni subiti direttamente a causa della perdita del proprio congiunto, sia, quando ne ricorrono le condizioni, per i danni maturati dalla vittima prima della morte.

Ogni posizione deve essere valutata individualmente. Non esistono importi predeterminati applicabili indistintamente a tutti gli errori verificatisi in Pronto Soccorso.

La quantificazione richiede una valutazione distinta delle diverse conseguenze subite dal paziente: sul punto è possibile approfondire come viene calcolato il risarcimento per malasanità.

 

Quali documenti bisogna recuperare

La prima attività da svolgere consiste nell’acquisizione completa della documentazione sanitaria. In particolare, possono essere necessari:

  • il verbale di triage e la cartella di Pronto Soccorso;
  • i referti degli esami e delle consulenze specialistiche;
  • la documentazione dei successivi accessi, ricoveri o interventi;
  • le immagini radiologiche, non soltanto i relativi referti;
  • le certificazioni riguardanti le conseguenze permanenti e le spese sostenute.

È utile ricostruire anche la sequenza temporale degli eventi, indicando quando sono comparsi i sintomi, quali informazioni sono state fornite ai sanitari, quanto è durata l’attesa e dopo quanto tempo si è verificato il peggioramento.

La memoria del paziente o dei familiari può aiutare a comprendere la vicenda, ma la valutazione della responsabilità deve fondarsi principalmente sui dati clinici documentati.

 

Contro chi deve essere proposta la richiesta di risarcimento

Nella maggior parte dei casi la richiesta viene rivolta alla struttura sanitaria presso la quale opera il Pronto Soccorso.

L’articolo 7 della legge n. 24 del 2017 stabilisce che la struttura sanitaria pubblica o privata risponde delle condotte dolose o colpose dei professionisti dei quali si avvale, anche quando questi non siano suoi dipendenti. La responsabilità della struttura ha natura contrattuale, mentre il sanitario operante al suo interno, salvo che abbia assunto direttamente un’obbligazione nei confronti del paziente, risponde secondo le regole della responsabilità extracontrattuale.

La scelta dei soggetti da coinvolgere deve essere compiuta dopo avere esaminato la documentazione e individuato la fase nella quale si è verificato l’errore. La criticità potrebbe infatti riguardare il triage, la visita medica, l’interpretazione di un esame, la mancata consulenza specialistica oppure una carenza organizzativa della struttura.

Prima di iniziare la causa è inoltre necessario esperire il procedimento previsto dalla legge. Nelle controversie di responsabilità sanitaria, l’azione giudiziaria deve essere preceduta dal ricorso per consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’articolo 696-bis del Codice di procedura civile oppure, in alternativa, dal procedimento di mediazione.

 

Come capire se esistono i presupposti per agire

Il fatto che il paziente sia stato dimesso e successivamente ricoverato con una diagnosi più grave non consente, da solo, di affermare che vi sia stato un errore medico.

Occorre verificare quali sintomi fossero presenti durante il primo accesso, quali esami siano stati eseguiti, se i risultati siano stati correttamente interpretati e se una diagnosi tempestiva avrebbe modificato l’evoluzione clinica.

Una valutazione preliminare accurata permette di distinguere i casi nei quali il peggioramento era difficilmente prevedibile da quelli nei quali un approfondimento diagnostico, un ricovero o un periodo di osservazione avrebbero potuto evitare conseguenze più gravi.

In presenza di una possibile diagnosi mancata o di dimissioni ritenute affrettate, è quindi opportuno acquisire tutta la documentazione sanitaria e sottoporla a una valutazione medico-legale prima di formulare una richiesta di risarcimento.

Lo Studio Legale dell’Avvocato Mattia Lippolis assiste pazienti e familiari nella valutazione dei casi di responsabilità sanitaria, esaminando la documentazione clinica con il supporto di medici legali e specialisti. La prima analisi ha lo scopo di verificare l’esistenza di un errore, il rapporto con il danno subito e la concreta sostenibilità della richiesta risarcitoria.

È inoltre importante non lasciare trascorrere troppo tempo, considerato che anche le richieste derivanti da errori commessi in Pronto Soccorso sono soggette ai termini di prescrizione previsti per la responsabilità medica.

Mattia Lippolis

Avvocato