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Occlusione intestinale non riconosciuta dopo l'intervento: il caso chiuso con un risarcimento di 250.000 euro

2026-10-29 15:53

Mattia Lippolis

Casi concreti e risarcimenti,

Occlusione intestinale non riconosciuta dopo l'intervento: il caso chiuso con un risarcimento di 250.000 euro

Occlusione intestinale dopo l’intervento: per giorni i segnali di peggioramento non vengono indagati. Cosa è stato contestato e il risarcimento di 250.000 €.

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Un'occlusione intestinale si opera, e spesso l'intervento risolve il problema. Ma l'operazione non è la fine del percorso: nei giorni successivi il paziente va seguito con attenzione, perché l'intestino può non ripartire o peggiorare in silenzio.

È quello che è successo nel caso che raccontiamo qui. L'intervento era stato eseguito in modo corretto. L'errore è arrivato dopo, in reparto: per cinque giorni i segnali che qualcosa non andava sono rimasti scritti in cartella, senza che nessuno facesse l'esame che li avrebbe spiegati.

La vicenda è stata seguita dallo studio e si è chiusa con una transazione. La riportiamo con nomi di fantasia e senza alcun riferimento identificativo alla struttura sanitaria coinvolta.

 

Il caso di Mario: cosa è successo

Mario ha 85 anni. È iperteso e ha qualche altro problema di salute legato all'età, tenuto sotto controllo con i farmaci. Un pomeriggio comincia ad avere forti dolori alla pancia e vomita; da qualche giorno l'intestino non funziona bene. Arriva in pronto soccorso in ambulanza.

La radiografia mostra i segni di un'occlusione intestinale e Mario viene ricoverato in chirurgia. La mattina dopo la TAC chiarisce la causa: un tratto dell'intestino tenue si è attorcigliato su una briglia, cioè un'aderenza lasciata da un vecchio intervento. È quello che i medici chiamano volvolo. Mario viene operato d'urgenza il giorno stesso.

L'intervento è corretto. I chirurghi sciolgono l'aderenza e riportano l'intestino nella posizione giusta. Il tratto attorcigliato è sofferente, ma ritengono che possa riprendersi e decidono di non asportarlo. È una scelta prevista dalle buone pratiche quando l'intestino non è ancora necrotico.

Quella scelta, però, ha una condizione: nei giorni successivi il paziente va controllato da vicino, per accorgersi subito se l'intestino non riparte.

Nei giorni dopo l'operazione la cartella clinica registra, giorno per giorno:

  • il sondino nel naso continua a raccogliere grandi quantità di bile, fino a 400 ml per volta;
  • Mario non evacua, la pancia resta gonfia e l'intestino non si "canalizza";
  • gli indici di infiammazione nel sangue salgono a livelli altissimi, quasi cento volte oltre il valore normale;
  • a tratti Mario è confuso e agitato.

Nessuno prescrive una nuova TAC.

Sei giorni dopo l'intervento Mario non respira bene e la pelle delle gambe si chiazza. Nel pomeriggio crolla, viene intubato e portato in terapia intensiva. La TAC fatta a quel punto e il nuovo intervento in serata trovano una peritonite diffusa: più di un metro di intestino è morto e si è perforato.

Due giorni dopo serve un terzo intervento, con l'asportazione di altri tratti di intestino, ma lo shock settico non si arresta. Mario muore dieci giorni dopo la prima operazione.

 

Cosa è stato contestato alla struttura sanitaria?

Il punto non era l'operazione. Lo ha riconosciuto per prima la consulente medico-legale incaricata dalla famiglia: lasciare in sede un intestino sofferente ma ancora vitale era una scelta corretta.

Il problema è quello che è venuto dopo. Una scelta conservativa regge solo se il paziente viene osservato da vicino, pronti a intervenire appena qualcosa non torna. Alla struttura è stato contestato di:

  • non aver riconosciuto i segnali di una nuova occlusione, presenti già dalla seconda e terza giornata dopo l'intervento: bile e aria dal sondino, intestino fermo, pancia gonfia, infiammazione altissima;
  • non aver eseguito una TAC di controllo, cioè l'esame che in quei giorni avrebbe mostrato il liquido nell'addome e la sofferenza del tratto di intestino già attorcigliato;
  • non aver rioperato in tempo, quando l'intestino si poteva ancora salvare.

Quando Mario è stato rioperato, i chirurghi hanno trovato una peritonite che non si era formata in poche ore. Secondo la perizia, intervenire prima avrebbe evitato con elevata probabilità la peritonite e la morte.

È un passaggio decisivo, perché nelle cause di responsabilità medica non basta dimostrare un errore: bisogna dimostrare che, senza quell'errore, le cose sarebbero andate meglio. L'età avanzata e le altre patologie di Mario hanno reso il quadro più fragile, ma non hanno interrotto quel collegamento.

 

Come si è chiusa la vicenda?

La famiglia ha prima inviato all'azienda sanitaria una richiesta di risarcimento. Non essendosi raggiunto un accordo in quella fase, ha avviato davanti al Tribunale il procedimento di consulenza tecnica preventiva previsto dalla legge Gelli-Bianco: il passaggio obbligatorio prima di una causa per malasanità.

Meno di due mesi dopo il deposito del ricorso, e a circa un anno dalla prima richiesta, le parti hanno firmato una transazione per complessivi 250.000 euro, senza arrivare a una causa di merito. Come di regola negli accordi transattivi, il pagamento non comporta un riconoscimento formale di responsabilità da parte della struttura.

Chiudere in questa fase evita alla famiglia anni di giudizio, il rischio di un esito incerto e l'attesa di una sentenza.

Ogni caso fa storia a sé. L'importo indicato si riferisce a questa specifica vicenda, valutata nelle sue circostanze concrete, e non costituisce in alcun modo previsione o garanzia di esiti analoghi in altre situazioni.

 

Quando un'occlusione intestinale non diagnosticata è un errore medico?

Un'occlusione intestinale è un blocco del transito nell'intestino. Se l'intestino si attorciglia o resta schiacciato, il sangue non arriva più e in poche ore il tessuto può andare in sofferenza, morire e perforarsi. Per questo il tempo conta più di quasi ogni altra cosa.

L'occlusione può sfuggire in due momenti diversi:

  • all'arrivo in pronto soccorso, quando dolore e vomito vengono scambiati per una gastroenterite, una colica o una semplice stitichezza, e il paziente viene rimandato a casa senza gli esami necessari (ne parliamo nell'articolo "Errore in Pronto Soccorso: quando è possibile ottenere il risarcimento");
  • dopo un intervento all'addome, come nel caso di Mario, quando i segnali che l'intestino non riparte non vengono indagati.

 

Quali segnali devono far sospettare un problema?

Nei primi giorni dopo un'operazione all'addome è normale che l'intestino riparta lentamente. Diventa un campanello d'allarme quando i segnali non migliorano o peggiorano:

  • vomito, oppure molta bile e aria raccolte dal sondino;
  • pancia gonfia e tesa;
  • nessuna emissione di gas o di feci;
  • dolore che aumenta, febbre, battito accelerato;
  • indici di infiammazione nel sangue alti o in crescita;
  • negli anziani, anche confusione e sonnolenza, perché i sintomi classici possono essere sfumati.

Davanti a questo quadro l'esame di riferimento è la TAC dell'addome con mezzo di contrasto, che mostra se c'è un nuovo blocco, se l'intestino soffre e se c'è liquido o aria fuori posto.

 

Non ogni complicanza è un errore

Un'occlusione può presentarsi anche quando tutto viene fatto bene, e a volte l'intestino non si salva nonostante un intervento tempestivo. L'errore c'è quando i segnali erano presenti e riconoscibili e non hanno portato agli accertamenti e alle cure che servivano. A stabilirlo è una valutazione medico-legale fatta insieme a un chirurgo, sulla cartella clinica ora per ora.

Seguiamo casi di responsabilità sanitaria in tutta Italia, con riferimento territoriale a Bari, Taranto, Napoli e Milano.

 

Quali documenti servono per far valutare un caso simile?

In questi casi la vicenda si ricostruisce giorno per giorno, a volte ora per ora. Servono:

  • il referto di pronto soccorso con le radiografie fatte all'arrivo;
  • la cartella clinica completa del ricovero, compresi il diario clinico, il diario infermieristico e le schede della terapia: è lì che restano scritti i segnali ignorati, come la bile dal sondino o l'intestino che non riparte;
  • i verbali operatori di tutti gli interventi;
  • i referti e le immagini delle TAC, possibilmente su CD;
  • gli esami del sangue di ogni giornata;
  • la cartella di terapia intensiva, se c'è stato un trasferimento;
  • gli esami istologici sui tratti di intestino asportati;
  • in caso di decesso, il certificato di morte e l'eventuale esito dell'autopsia.

Se qualcosa manca, la documentazione si può richiedere formalmente alla struttura. Approfondimento: articolo "Cartella clinica e malasanità: quali documenti servono per valutare un errore medico".

 

Domande frequenti

 

L'operazione era andata bene: si può chiedere comunque il risarcimento? Sì. La responsabilità dell'ospedale riguarda tutta l'assistenza durante il ricovero, compresi i controlli dopo l'intervento. Come in questo caso, l'errore può arrivare in reparto e non in sala operatoria.

Il paziente era molto anziano: ha senso far valutare il caso? Sì. L'età e le altre malattie rendono il quadro più fragile e vanno considerate nella valutazione, ma non escludono la responsabilità se un intervento tempestivo avrebbe cambiato l'esito.

Il mio familiare è morto: chi può chiedere il risarcimento? Gli eredi possono chiedere i danni subiti dal paziente prima di morire, e ciascun familiare può chiedere il risarcimento per la perdita del rapporto con la persona cara. Approfondimento: articolo "Morte per errore medico: quanto spetta ai familiari".

Quanto tempo c'è per agire? Dipende dal soggetto responsabile e dal tipo di responsabilità. È il primo aspetto da verificare, prima ancora del merito. Approfondimento: articolo "Prescrizione nei casi di responsabilità medica".

Quanto costa avviare una richiesta di risarcimento? Con il modello che proponiamo non è previsto alcun costo iniziale, né per la valutazione preliminare né per l'avvio della pratica: le spese, perizie medico-legali comprese, vengono sostenute da una società specializzata e recuperate solo in caso di risarcimento. Approfondimento: Paghi solo se risarcito.

 

Verifica il tuo caso, senza costi iniziali

Se una persona cara è stata operata all'addome e nei giorni successivi è peggiorata senza che nessuno capisse il perché, hai il diritto di sapere se era una complicanza inevitabile.

Far esaminare la documentazione non significa impegnarsi a fare causa. Significa togliersi il dubbio, con una valutazione medico-legale competente e senza anticipare nulla.

Verifica il tuo caso compilando il modulo, oppure scrivici su WhatsApp per una prima valutazione riservata.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale e divulgativo e non costituiscono consulenza legale o medico-legale per il caso specifico. Il caso descritto è riportato con nomi di fantasia e senza alcun riferimento identificativo a persone o strutture sanitarie. Ogni situazione va valutata individualmente sulla base della documentazione clinica disponibile.

Mattia Lippolis

Avvocato